Elisa Monti

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– Partiamo dall’inizio…Quando e come nasce il tuo amore per la batteria?

Ero al terzo anno di liceo e frequentavo diversi amici che suonavano in alcune band della zona. La maggior parte di loro erano metallari convinti, talmente convinti che alla fine hanno convinto anche me 🙂 . All’epoca tutto quello che non sopportavo era rappresentato dalle mie compagne di classe e questo mi ha spinto a scegliere l’unica cosa che ero sicura non avrei mai avuto in comune con nessuna di loro: uno strumento che nessuna figlia della Como bene avrebbe scelto di suonare. Ad un compleanno le mie amiche di allora mi hanno regalato un bongo che, per fortuna mia e dei vicini di casa, ho ritenuto presto limitante per poter eseguire al meglio i brani dei Sepultura, cosi è successo che chiedendo un po’ in giro mi è stata prestata una batteria. Ovviamente era troppo complicato per una agli inizi suonare il buon vecchio metal, cosi è andata a finire che mi son messa ad ascoltare canzoni diverse, rock, hard rock, ecc e a cercare di suonarci sopra. Due piccioni con una fava.

– Come è proseguito poi il tuo percorso? Hai studiato o sei autodidatta?

Dopo poco tempo mio papà è riuscito a recuperare il contatto di un buon maestro di batteria. Penso l’abbia fatto anche per salvaguardare la sua sanità mentale dato che ho sempre suonato in casa. Massimo Caracca è un batterista jazz e un maestro di vita di un certo calibro e con lui ho studiato per qualche anno… anche se la mia poca disciplina non mi faceva mai fare abbastanza esercizi 🙂 Per questo dopo un po’ ho smesso con le lezioni e ho proseguito come autodidatta. Quello che mi chiedo ancora oggi è come sia stato possibile che il barista del bar del paese, celebre cantante di pezzi death metal della provincia, mi abbia presentato proprio un batterista jazz. Comunque è andata bene cosi, ho imparato ad apprezzare anche quel genere.

– Parliamo ora delle tue esperienze artistiche, puoi raccontarci le tappe più importanti?

Ho suonato per qualche anno in cover band: con la prima band che ho avuto facevamo cover dei grandi classici del rock, poi con gli Elisir ho portato avanti per qualche anno un tributo a David Bowie e ai Dire Straits… e poi con il Rebus degli inizi facevamo cover totalmente rivisitate. Non è mai stato il massimo per me suonare i pezzi degli altri, mi sono sempre sentita un po’ in colpa, ma è stata una buona scuola e mi ha anche permesso di conoscere artisti, brani e generi musicali di cui ignoravo l’esistenza. Poi ho conosciuto Gabriele, con cui attualmente suono nei Delgado. Con lui ho avviato diversi progetti, abbiamo anche suonato in due per un certo periodo. Erano gli anni in cui i White Stripes non avevano rivali 🙂

– Attualmente invece in quali progetti sei coinvolta?

Continuo a suonare con Gabriele, nei Delgado, band nata dopo l’ingresso in sala prove con noi di Alberto. Ormai si puo’ definire una relazione a lungo termine.

– Passiamo al lato più legato allo strumento… Qual è il tuo ideale di strumento?

Partiamo dal presupposto che non sono minimamente una feticista e non ho neanche amici batteristi feticisti. Noi siamo una razza diversa dai chitarristi 🙂
In ogni caso mi piacciono i suoni definiti e profondi per quanti riguarda i fusti, abbastanza chiari e senza code infinite per quanto riguarda i piatti. Probabilmente nel mio cervello sono come le signore che guidano il suv: tendo a preferire le misure extra large per compensare le naturali carenze di genere.
Ah, se una batteria non sbarluccica tendenzialmente non suona bene.

– Per quanto riguarda il tuo setup attuale, cosa utilizzi? Batterie, piatti, hardware, pelli e bacchette.

Da qualche anno sono felicemente impegnata con una Drum Sound che mi da tanta soddisfazione. Cassa da 24, tamburi da 13, 15 e 18, come la guerra. Come pelli ho sempre usato le REMO, powestroke per la cassa, ambassador per i tamburi; al momento sto sperimentando EVANS ebony, non ho ancora deciso per il mio futuro. Comunque le pelli nere, il paradiso del tamarro, da quando le ho scoperte (il precedente proprietario della mia batteria me le ha fatte conoscere) non le ho più lasciate :)I piatti che uso sono tutti Zildjian Avedis attualmente un Ride da 22, e due crash da 16 e da 18. L’HiHat, invece è un Ufip natural che ho trovato un giorno usato per caso e mi è piaciuto tantissimo.
Parentesi rullante: nel mio cuore c’è ancora “IL SOTTILETTA”, un rullante in legno marchiato Percussion Village da 3,5”. Nonostante tutto l’amore che ancora nutro per lui il duro mondo del rock mi ha imposto un adeguamento: avrei voluto un supraphonic degli anni ’70 ma mi sono accontentata di un Drum Sound degli anni duemila ;-), che comunque fa la sua porca figura.
Le bacchette che uso al momento sono le 5A della ProMark.

– Tre momenti fondamentali per il musicista, prove, registrazione in studio e live..Come li affronti?

Le prove mi piacciono, niente da dire, certo quando si finisce per farsi le paranoie su cose che capisce solo chi è l’autore della canzone mi scoccio 🙂 , in quei momenti preferisco le birrette. E comunque è la parte migliore, si impara, ci si scazza, si litiga, ma alla fine la band finisce per volersi bene.
Il momento prima di un live per me è una scarica di stress e ansia incredibile, ma poi è una figata. Non ho ancora imparato a divertirmi il giusto durante un concerto, ecco, devo migliorare su questo. La registrazione invece è un momento che mi affascina moltissimo … anche perché grazie alle sapienti mani smanettone dei nerd che registrano sembra quasi che io sia davvero capace di fare le cose che registro 😉 (scherzo, non mi faccio taroccare le batterie però sicuramente non sono una che si offende se il computer può correggere un errore!)
La parte di produzione dei brani, come penso per chiunque, è il momento in cui puoi davvero metterci del tuo… quindi lo voto come momento migliore nella mia vita da batterista

– Se dovessi scegliere solo 3 batteristi che ami e che ti hanno influenzato, chi sceglieresti? Domanda volutamente difficile !

Dave Grohl è il mio idolo indiscusso, Trè Cool è il personaggio che ha contribuito a farmi scegliere la batteria tra tanti altri strumenti e Larry Mullen è uno che mi piace in segreto: gli U2 non mi piacciono proprio, lui non è un campione della tecnica e non fa cose che fanno impazzire, ma mi pare un personaggio efficace. E alla fine secondo me noi batteristi dobbiamo riuscire ad essere efficaci.

– E invece 3 dischi?

Sui dischi sono in difficoltà! Ce ne sono tantissimi che mi hanno segnato, ma questo esula dalla questione batteristica. Grace di Jaff Buckley è il disco che mi ha fatto cambiare idea su musica/tecnica/esecuzione, The Wall, Pink Floyd, è il disco che in assoluto ho ascoltato di piú… e Dookie è il primo disco che mi ha fatto entrare in un’età musicalmente adulta, oltre a non stancarmi mai anche dopo 20 anni di ascolti.

– In base alla tua esperienza, cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a suonare la batteria?

Io considererei seriamente l’idea uno strumento più portatile. Comunque i vicini di casa sono fondamentali, bisogna preparare il terreno della vita da musicisti fin dalla prima infanzia. Trovare il maestro permette di imparare divertendosi… ma bisogna cercare di non restare ingabbiati nell’inseguimento della tecnica ad ogni costo… e poi trovatevi una band, è come avere piú di un fidanzato/a con cui litigare continuamente e ogni tanto potrà essere pesante, ma alla fine di amici cosi non se ne troveranno molti.

– Quali sono i tuoi progetti futuri?

Il mio progetto è di continuare a suonare con i Delgado. Dopo la delusione di una promozione mal riuscita del nostro ultimo album mi piacerebbe trovare una soluzione migliore per il prossimo. Mi piacerebbe anche trovare un modo di unire la mia passione per la musica suonata a quella degli spettacoli dal vivo. Vorrei che trovassimo il modo di costruire uno show che stupisca, dal punto di vista musicale e non.

– Ultima domanda, come vedi il futuro della batteria nella musica di oggi?

Siamo talmente rumorosi che ci lasciano a casa e si portano al posto nostro un computer 🙂 Anche se la tecnologia ha fatto passi da gigante lo strumento “analogico” non potrà mai essere sostituito con quello digitale, a livello di impatto emotivo è qualcosa di cui si avrà sempre l’esigenza, sia nella composizione che nell’esecuzione dei brani dal vivo. La cosa interessante sarebbe smettere di cercare di imitare i suoni dello strumento analogico e trovare una via per unire lo strumento classico, fisico ed emotivo, con quello digitale, che sicuramente da ampio spazio a sperimentazioni e nuove soluzioni (che possono anche, a volte, venire incontro all’esigenza di chi vuole andare a dormire presto la sera).

 

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